Origini

Ma quando viene a crearsi una letteratura scritta espressamente per i ragazzi?
Paola Pallottino, storica dell’arte e dell’illustrazione, afferma che il precursore degli albi illustrati  è stato l’Orbis Sensualium Pictus di Pietro Comenio [1], stampato nel 1654, primo libro, forse, destinato ai bambini. Il filosofo e pedagogista boemo, considerato il fondatore del metodo pedagogico, era un convinto assertore che, con un bravo maestro come mediatore, tutti possono apprendere tutto, al di là delle religioni e delle nazionalità, in una sorta di pansofia (sapere enciclopedico). È comunque comunemente accettato che la letteratura per l’infanzia nasce in Europa, tra il Seicento e il Settecento, con un’esplicita intenzionalità educativa. Uno dei primi a creare opere per i più giovani è stato Giambattista Basile, che compose una raccolta di fiabe in dialetto napoletano dal titolo Lo cunto de’ li cunti, ovvero Lo trattenemiento de’ peccerille [2], pubblicato postumo dalla sorella tra il 1634 e il 1637 con l’anagramma di Gian Alesio Abbattutis, poi edito nel 1674 a Napoli con il titolo di Pentamerone.
Ma, nonostante il titolo e l’argomento, per il contenuto e lo stile è un’opera per adulti, anche se molte delle fiabe in esso incluse sono state riprese e modificate da altri autori e ancora oggi narrate.
Ma il vero atto di nascita della letteratura per l’infanzia è collocato nel 1697, quando Charles Perrault pubblica i Contes de ma mere l’Oye, I racconti di mamma l’Oca, scritti per le giovinette dell’epoca. Nel volumetto c’erano La bella addormentata nel bosco, Cappuccetto Rosso, Barbablù, Il gatto con gli stivali, Le fate, Cenerentola o La pantofolina di vetro, Righetto dal Ciuffo, Pollicino. Queste fiabe, o, per meglio dire, una letteratura indirizzata all’infanzia, doveva contribuire, come dice Enzo Petrini, a far crescere “convenientemente” la nuova generazione, e a contrapporsi illuministicamente al fiabesco, alle novelle scabrose e ai romanzi galanti. La nascita, però, secondo F. Cambi, è dovuta ad una serie di fattori extraletterari: la diffusione della stampa, l’avvento della borghesia come classe egemone, la scoperta dell’infanzia come età separata da quella adulta, da conoscere, preservare nei suoi caratteri, curare e al tempo stesso dirigere, perché si sviluppi senza devianze rispetto al modello normale.

Nasce, quindi, con una chiara volontà pedagogica: si scrivono novelle e racconti, anche in rima, per insegnare ai bambini, con un ritmo piacevole, le buone maniere, i comportamenti corretti e virtuosi, il rispetto dell’ordine sociale e delle sue gerarchie, i buoni sentimenti e i valori. Anche la fiaba, frutto dell’oralità e della tradizione popolare, viene piegata a scopi istruttivi, soffocando la sua dimensione fantastica e libera, anzi, in certi casi, commista o confusa con la morale. Ovviamente in queste narrazioni la parte piacevole viene progressivamente a ridursi, mentre quella pedagogica si allarga a dismisura, fino a diventare preponderante, soprattutto negli anni a seguire.