Le biblioteche per ragazzi

Il concetto di “bambino” è, dunque, frutto del cambiamento dei tempi. L’iconografia dei secoli passati o gli scritti sull’argomento, ci hanno dimostrato che semplicemente non era diffusa l’idea di un gruppo di individui diversi dagli adulti, con interessi e sviluppo psicologico differenziato. Esisteva solo la figura sociale di un adulto in miniatura,
che non diceva bugie, altrimenti finiva male, rispettava i genitori,
e gli adulti in genere, le regole consolidate della società civile.

Le prime biblioteche per ragazzi nascono quando si comincia ad avere la consapevolezza che i ragazzi sono altro dagli adulti e che hanno bisogno di un servizio specifico per la loro età. E questa si sviluppò per prima in ambito anglo-sassone.

 

Negli Stati Uniti, alla fine del 1800, troviamo biblioteche per ragazzi negli stati del Connecticut e del Rhode Island, discendenti dirette delle scuole domenicali dove si insegnava ai ragazzi, oltre alla religione protestante, un’educazione di base. In America le biblioteche divennero così il primo strumento di integrazione sociale, poiché fornivano gli strumenti per acquisire la conoscenza della lingua a gruppi multietnici. A seguito di contributi da parte di mecenati, quali Andrew Carnegie, si poterono aprire sedi che offrivano, oltre che testi, attività varie, come l’ora del racconto, l’ora delle fiabe, spettacoli teatrali ed altro. Vennero approntati i primi cataloghi di libri per ragazzi e si costituirono le prime associazioni di bibliotecari per ragazzi. Alcuni dei principi di queste associazioni, “… ogni biblioteca pubblica deve offrire un servizio ai ragazzi, bisogna incoraggiare l’abitudine alla lettura e l’indipendenza delle decisioni ...”, sono confluiti nel Manifesto UNESCO per le biblioteche pubbliche e quindi sono validi ancora oggi. 

 

Al contrario, in Inghilterra certi principi fondamentali per gli americani, come lo scaffale aperto, il prestito di libri e la sua  gratuità, l’apertura di sedi sul territorio, fecero fatica ad essere accettati. Col tempo, però, si diffuse l’idea che i ragazzi  avessero bisogno di un luogo riservato a loro. Così, nel 1885 nel Congresso di Plymuth della  Library Association si sollecitarono i responsabili delle biblioteche a predisporre servizi per “… le generazioni giovani che amano la lettura, non desiderano crescere nell’ignoranza e occupare il tempo libero in giochi di strada”. La stessa associazione forniva poi gli standard per poter attivare tali servizi: avere la sezione per i ragazzi separata da quella degli adulti, con un congruo numero di libri adatti all’età dei frequentatori, sistemati in un ambiente caldo, luminoso, spazioso e arredato con attenzione. Venivano poi dati anche suggerimenti sulle raccolte, che dovevano comprendere narrativa, storia, viaggi e riviste. Il successo di tale iniziativa fu notevolissimo: nel 1898 c’erano già 107 biblioteche con una sezione per ragazzi e in tutte erano attivi l’ora del racconto, visite guidate, mostre. Negli anni successivi, il servizio offerto ai ragazzi venne stimato come la base di tutto il lavoro in biblioteca e fu riconsiderato anche il ruolo del bibliotecario, visto non solo come promotore della lettura, ma anche
e soprattutto come conoscitore della letteratura infantile.
Per gli inglesi, le competenze specifiche del bibliotecario per ragazzi dovevano riguardare l’aspetto tecnico, di catalogazione, ma anche di esperto della psicologia infantile, della pedagogia e dei problemi riguardanti la lettura.
Nel corso degli anni si è continuato a procedere su questa via, elaborando particolarmente le strategie per far accedere in biblioteca i ragazzi che per motivazioni sociali, economiche, culturali, erano esclusi dai servizi.

 

In Italia il ritardo nella nascita di biblioteche per ragazzi è stato notevolissimo, soprattutto perché le biblioteche, anche le meno importanti, forti della tradizione storica e sedi di conservazione di veri e propri tesori dell’arte libraria, hanno quasi sempre consentito l’accesso alle raccolte ai soli studiosi. Nel 1911 ci fu un regio decreto in cui si raccomandava la nascita di biblioteche di classe, cosa che non fu mai attuata. Nel 1932 il regime fascista istituì l’Ente Nazionale biblioteche popolari e scolastiche, con il compito di creare nuove biblioteche per il popolo e per le scuole primarie, perpetuando la confusione fra biblioteche scolastiche e per ragazzi.
Bisogna arrivare agli anni ’50 affinché sia istituito il Servizio Nazionale di Lettura che prevedeva una rete di biblioteche sul territorio.
In ognuna delle biblioteche facenti parte di questo sistema ci doveva essere lo scaffale per i ragazzi, ma nel 1965 solo 40 biblioteche fra civiche e statali ammettevano al prestito ragazzi al di sopra dei 14 anni. Quando nel 1963 fu tolto l’avviamento e si passò alla scuola media unificata, le biblioteche servirono solo per supporto alle carenze scolastiche, diventando luoghi deputati alle ricerche o ad approfondimenti. Comunque un prolungamento della scuola.

Finalmente negli anni ’70-’80 del secolo scorso la svolta decisiva: ogni biblioteca deve avere per legge una sezione ragazzi, si comincia a diffondere l’idea della lettura come piacere, da far assaporare ai bambini di ogni età, finanche in epoca prenatale.

L’uso del computer ha poi reso ancora più veloce il cambiamento
a favore dei più giovani.